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meme (culturale)

Un’unità di trasmissione culturale o un’unità di imitazione. […] Esempi di Memi sono melodie, idee, frasi, modi di modellare vasi o costruire archi.

Proprio come i geni si propagano nel pool genico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo, così i memi si propagano nel pool memico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione (Dawkins 1992: 201).

Memi, memetica (*)

(*) tratto da: "Memetica e traduzione, una sintesi della riflessione" di Fabio Regattin, Università di Bologna

Che cos’è dunque la memetica, e qual è il suo oggetto di studio?

Il termine “meme” compare per la prima volta nel volume "Il gene egoista" (Dawkins 1992[1976]), in cui l’etologo britannico Richard Dawkins sosteneva l’idea, allora rivoluzionaria e ancora oggi dibattuta, secondo cui la selezione naturale non si manifesterebbe a livello delle specie o degli individui di una certa specie ma piuttosto a livello dei geni.

 

In base a quest’ottica, gli esseri viventi non sarebbero altro che “macchine da sopravvivenza” per i geni, modellate dalla pressione selettiva che agisce su questi ultimi e perfezionate dalla lotta darwiniana in cui essi sono implicati (ovviamente, a livello fenotipico le conseguenze di questa lotta sarebbero, nella gran parte dei casi, “macchine da sopravvivenza” – ossia individui – a loro volta sempre più adatte al proprio ambiente, ma questo solamente “in vista”della replicazione e propagazione dei geni).

 

Nei capitoli conclusivi del suo volume, Dawkins inseriva i geni all’interno di una classe più vasta, quella dei “replicatori”.

Per Dawkins, può essere considerata un replicatore qualunque entità soddisfi tre condizioni: variazione, eredità e selezione. Se unite, queste tre operazioni danno vita a un processo ricorsivo capace di produrre in maniera autonoma una complessità crescente e l’adattamento dei replicatori a un ambiente determinato, grazie all’accumulo delle “buone soluzioni” (Dennett 1997[1996]) che queste entità “scoprono” in maniera fortuita. Il meccanismo in questione può essere spiegato, in breve, come segue: è necessario che esista una variazione, in maniera che gli individui di una popolazione data (intendiamo qui le unità di replicazione, e dunque i geni nel caso della biologia) non siano tutti identici tra loro; bisogna poi che questi individui siano in grado di trasmettere le proprie caratteristiche alla generazione seguente (ma talvolta in maniera imperfetta, così da assicurare anche la variazione); è infine necessario un ambiente in cui le risorse disponibili non siano sufficienti per tutti gli individui, e in cui – in virtù della variazione di cui si è detto – alcuni di essi siano più adatti, per qualsivoglia ragione, alle condizioni dell’ambiente nel quale si trovano.

 

Secondo Dawkins, i geni non sono gli unici replicatori; esisterebbe quanto meno un secondo “oggetto darwiniano”, che l’etologo britannico battezza “meme” e definisce in questo modo:

Un’unità di trasmissione culturale o un’unità di imitazione. […] Esempi di memi sono melodie, idee, frasi, modi di modellare vasi o costruire archi. Proprio come i geni si propagano nel pool genico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo, così i memi si propagano nel pool memico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione (Dawkins 1992: 201).

 

La sua riflessione non si spinge molto oltre questa definizione: il suo obiettivo è del resto quello di mostrare che l’algoritmo darwiniano non si applica necessariamente solo ai geni, ma può agire ogni volta in cui siano presenti le condizioni di fondo del processo – variazione, eredità, selezione (questo allargamento di prospettiva è stato definito talvolta “darwinismo universale”). Il testimone viene tuttavia preso da altri autori, che applicano l’ipotesi ad ambiti quali la filosofia e gli studi sulla coscienza (si vedano per esempio i lavori di Daniel Dennett) o la psicologia (Blackmore 2002).

 

In quest’ultimo volume (La macchina dei memi), la britannica Susan Blackmore avanza un’ipotesi forte e molto feconda: se i geni hanno perfezionato le proprie macchine da sopravvivenza al fine di aumentare le proprie possibilità di replicazione, i memi hanno fatto lo stesso con i nostri cervelli e i nostri manufatti. A partire dal momento in cui è nata l’imitazione, e con lei il meccanismo di copia che mancava loro, i memi hanno cominciato a dare vita a macchine da sopravvivenza sempre più perfezionate (i nostri cervelli) e a strumenti di copia e diffusione dotati di fedeltà crescente (il linguaggio, la scrittura, la stampa, il passaggio dall’analogico al digitale…).

 

Tutto questo a vantaggio esclusivo del meme, che – per quanto il suo interesse coincida spesso con quello dell’individuo che ne è portatore – non corrisponde necessariamente a quello della sua macchina da sopravvivenza: classici esempi di non-conformità sono la diffusione di credenze che possono rivelarsi nocive per il loro “veicolo”, pur continuando a essere trasmesse (la cristalloterapia, l’astrologia o i manuali per vincere al lotto, per esempio) oppure il celibato dei sacerdoti cattolici, che permette loro di dedicare più energie ai memi di cui sono portatori, a scapito dei loro geni. Per comprendere i meccanismi che regolano la diffusione dei memi, seguendo ciò che Dawkins aveva fatto in ambito biologico (studiare l’evoluzione a partire dal “punto di vista del gene”, liberando quest’ultimo dall’ottica del bene della specie o dell’individuo), Susan Blackmore invita a sua volta ad adottare “il punto di vista del meme” (Blackmore 2002): una raccomandazione che cercheremo di fare nostra nella seconda parte di questo testo, in cui metteremo a confronto le proposte teoriche dei diversi traduttologi che hanno cercato di importare il concetto nel nostro ambito di studi.

 

 [Per gli scopi tesi  alla elaborazione creativa di NAPOLIADE, n.d.r.]  terremo in considerazione le seguenti caratteristiche dei memi [individuate da Regattin, n.d.r.], che ci sembrano fondamentali:

  1. come è stato detto, i memi sono sottoposti all’algoritmo genetico, che ha luogo grazie all’azione combinata di variazione, eredità e selezione;

  2. per questo motivo, tendono a migliorare, con il passare del tempo, le proprie fedeltà di replicazione, longevità e fecondità;

  3. la delimitazione del concetto di meme resta alquanto sfumata; un meme si può comporre infatti di diversi “sotto-memi” che sono allo stesso tempo memi veri e propri, e – a un livello “superiore” – diversi memi possono unirsi a formare complessi coadattati (“memeplessi”, per Dennett e Blackmore) i cui componenti possono trarre reciproco vantaggio. Susan Blackmore porta a questo proposito l’esempio della Quinta Sinfonia di Beethoven, chiedendosi se siano le sue prime quattro note a costituire un meme, o l’opera nel suo complesso. L’autrice affermerà, infine, che entrambe le risposte sono valide, e che memi egoisti e sotto-memi egoisti possono vedersi favoriti da condizioni diverse e addirittura contrastanti.